venerdì 23 maggio 2008

Scandalo perché un'assassina è in galera

Non mi stupisce apprendere che Annamaria Franzoni, assassina del proprio figlio, sia finita in galera per espiare. Né che l'assassina-bimba, abituata alle torte di mele ed ai giochetti infantili ("bimba" mi pare un soprannome quantomai appropriato per lei) coi figlioli, in carcere non si trovi esattamente come un pesce dentro l'acqua. Il carcere è un luogo di afflizione, di pena e di rieducazione (se il detenuto collabora anziché giocare alla vittima sacrificale), non un agriturismo sull'Appennino Tosco-Emiliano.
In carcere l'assassina di Cogne c'è andata non perché i giudici sono tanto tanto cattivi - e lei è tanto tanto buona e poverina nessuno tranne la sua splendida famiglia può capirla... povera bimba innocente! - ma perché, mamma o non mamma (e diciamolo: tutta quest'ossessione uterina "sono una mamma, e i miei figli, e se mi arrestate chi ci pensa ai miei figli, e Stefano facciamone un altro che Samuele è appena morto" non la condivido... ma santa pace di Gesù, siamo nel III millennio e quella donnetta con la voce da pecora riesce a vedere se stessa solo come una fattrice di figli - io li fo e poi li disfo? - insomma, che visuale limitata...) questa donna ha compiuto un reato infame e odioso.
Ha sfondato il cranio al proprio figlio, facendo schizzare sangue e cervello dappertutto. Ha stra-ucciso. Sono poche le - pur numerose - madri assassine che arrivano a tanto.
I tg, come sempre vaselin-garantisti (la F. è ancora innocente malgrado la condanna passata in giudicato, forse perché l'avvocatessa Savio, reduce dalla trombatura in Cassazione, ha assicurato che si chiederà la revisione processuale dimenticando che per farlo servono altre prove, possibilmente d'una certa consistenza e magari non costruite artigianalmente per evitare altre denunce per calunnia e frode processuale) ci assicurano che la donna soffre e che le detenute non gradiscono di averla tra i piedi.
Dove sia la notizia non lo so. In galera si soffre, tu guarda! E le detenute comuni, quelle che per aver rubato un portafogli sono additate come la feccia dell'umanità, la chiamano col suo titolo "assassina" e non vogliono avere niente a che fare con la bimba lagnosa che, quando non spacca il cranio dei figli, piange in tv come le pecore avviate al macello. Insomma, ordinaria amministrazione carceraria: nei penitenziari, chi ammazza i bambini non è benvisto.
La bimba poteva pensarci prima. Si tenga gli insulti. Lei è viva, suo figlio Samuele s'è disfatto sottoterra. Lei è viva e la sua orripilante famiglia probabilmente organizzerà trasferte per coccolarla in carcere. C'è gente che in galera c'è andata da innocente davvero e in galera è rimasta, dimenticata. O ne è uscita pesta nel corpo e nell'anima (dubito che la Franzoni ricordi chi era Enzo Tortora, il quale comune è per tremila ragioni agli antipodi rispetto a lei - ed era innocente ma è stato bistrattato come un colpevole). Lei è viva e non è una delle vite più degne.
Gli errori si pagano, bimba. Non te l'ha insegnato il tuo babbo assieme a motti come "se il vicino è scapolo lo si calunnia" o "se i caramba non trovano l'arma magari gliela si fa trovare noi"?
A margine mi colpisce molto lo scandalo generale per un'assassina in galera, proprio qui in Italia dove:
a) per andare dietro le sbarre devi proprio aver massacrato, ucciso, divorato, stuprato etc. insomma devi aver fatto davvero una strage immonda e gocciolante di sangue;
b) se anche ti danno l'ergastolo, tra condoni e condonini, aiuti ed aiutini, buona condotta e quant'altro, tempo dieci anni e torni libero - mentre la tua vittima se la vede con le zolle nere della terra e i vermi che ne divorano le fredde carni;
c) si chiede il linciaggio per i ladruncoli di strada ma per una donna - oltretutto mediocre e antipatica in un modo tanto esasperato da farmi venir voglia di prenderla a schiaffi, di urlarle di svegliarsi - che versa quattro litri di sangue bambino si sprecano cinquantasette milioni di tubetti di vasellina. Perché il primo non è stato cinque anni sotto i riflettori, la seconda sì, spargendo il suo veleno, ammorbando un po' tutto.
d) la madre è sacra. O meglio: da noi, la maternità è ancora vista come l'essenza e lo scopo della donna (con l'ovvia contraddizione del disprezzo del sesso femminile visto come residuale e ornamentale ed il culto mistico della madre, specie se per il figlio sacrifica tutta se stessa, se no è un'egoista ovvero una cattiva madre) Peggio d'una madre assassina è una donna che madre non è. L'assassina di Cogne, quando il figlio aveva appena esalato l'ultimo respiro o forse nemmeno, già premeva il marito per farne un altro, per rimpiazzare quanto prima il giocattolo rotto. Facciamone un altro, dai!
Ciò detto, questo è il mio messaggio personale per la Franzoni:
Non se ne può più, A.F. di te, della tua famiglia, dei tuoi bambini, delle tue torte, dei tuoi raccontini - molto gonfiati - su com'eri felice a Cogne e blablabla. Asciugati le lacrime e affronta ciò che hai fatto, ora che sei sola in cella e non ci sono il papino e il maritino e l'avvocatino a consolarti e imboccarti. Ora non puoi più calunniare i vicini di casa o "farti conoscere" belante in tv. Affronta ciò che hai fatto e allora - e solo allora - sarai una donna libera. Mentalmente libera, se questo termine ti dice qualcosa. Non sei l'eroina d'una soap opera anche se hai imperversato in tv. Non sei una scrittrice anche se hai firmato un memoriale in cui racconti gli affari tuoi ed eviti che il pubblico ti dimentichi... Non mi fai pena, signora assassina di Cogne. Anzi, se vuoi saperlo, rappresenti tutto un concentrato di ciò che in Italia c'è di sciatto, di squallido e mediocre. Proclamandoti innocente, riuscivi a comportarti come la tipica colpevole, che oltretutto cerca di farla franca a tutti i costi, anche calunniando elegantemente i vicini di casa e insultando un po' tutti. Ora, gentilmente, chiudi la ciabatta.

domenica 18 maggio 2008

I dolori della Bimba

I giornali si tuffano su Cogne prima che la telenovela finisca (ma tanto ci sono Erba e Garlasco, Perugia e Casalbaroncolo: tranquilli!).
La Franzoni, che mercoledì potrebbe vincere una vacanza di 16 anni, vitto e alloggio compresi, al Grand Hotel Carcere, si confida con la consueta ritrosia ai giornalisti. Ha paura di come Davide e Gio-ele potrebbero soffrire senza di lei. Certo, un maligno potrebbe replicare: bastava non sfondare il cranio di Samu-ele 6 anni fa e niente del genere sarebbe successo. E poi di figli di carcerate in Italia ce n'è tanti. I lettori non temano per la psiche dei due bambini: con un padre, dieci zii e quattro nonni non finiranno in qualche dickensiano orfanotrofio.
Ci viene assicurato - chi se ne frega? - che tutta Monteacuto Vallese (200 anime) è con lei e che si organizzano maratone di preghiera. Scomodare l'Onnipotente perché un'assassina eviti il carcere mi pare blasfemo, ma d'altronde si tratta della stessa assassina che, col figlio appena spirato, chiese al marito di farne subito un altro (mi si è rotta la Barbie, compramene un'altra), annunciando poi la gravidanza in diretta (quantomeno i giornali non hanno pubblicato le ecografie di Gio-ele).
Sconvolgente, no? Un'assassina in carcere. No, aspettate: una mamma in carcere. Mica un'assassina. Lei è mamma, solo mamma, sacro monolite, biologica vocazione. Non è altro che "una mamma", un contenitore uterino vuoto da riempire di sperma e svuotare di bambino dopo nove mesi. E' anche una mano che, se armata, può andarci parecchio pesante, almeno a giudicare dalle fotografie della camera da letto.
Comunque gli italiani dovevano sapere che la Bimba ha paura di lasciare i figli. Che soffre. E capirai, dovevate scriverlo sui giornali perché ci arrivassimo? E ancora: la cosa ha importanza? Dobbiamo ritenere più grave un'omicida con figli in galera o un'omicida con figli impunita? Povera Franzoni! Sei anni di volgarità, pianti e belati, di calunnie e diffamazioni e prove false e niente, ora di mercoledì potrebbe pagare per la coglioneria che ha fatto sei anni fa. Non c'è giustizia.
E non c'è nemmeno gravidanza salvatrice secondo la tradizione di Filumena Marturano. Pensavo che avrebbe chiesto al marito di farne un terzo - anzi un quarto - ma non sembra che ci sia riuscita (e comunque l'intimità della Bimba col marito, malgrado le chiacchiere su tutti i maniaci sessuali di Cogne che la molestavano, non penso sia una fantasia molto stuzzicante). Lo stress, del resto, gioca brutti scherzi. Niente pancione.
Povera Bimba che chiede di trovare il "vero assassino". Ma quale, di grazia, madama, dei tanti da voi spiattellati a giornalisti e paparazzi?
Si può estrarre a sorte, volendo. La "strega" Daniela Ferrod o il geometrico Ulisse Guichardaz? I coniugi Blanc-Perratone, rei d'aver perso una figlia, o il maniaco sessuale che, invasato delle grazie (!!!) di quel pezzo di sgnacchera, è entrato in casa per possederla e non trovandola le ha steso il figlio?
L'importante, par di capire, è che il "vero assassino" sia qualcuno che ce l'aveva su con lei. Dopotutto lei è vittima, mica il figlio, guai a dimenticarlo. Tutti ce l'hanno con lei, non le credono, sono tanto tanto cattivi, lei è una povera bimba trentasettenne, perché sono così cattivi? Ha detto di essere innocente e per supportarla il suo avvocato ha anche creato dal nulla finte impronte d'un artificioso assassino: come dubitare? Ha scaricato velenosità di tutti i gusti su mezzo villaggio di Cogne, perché la definite cattiva?
In caso di condanna che cosa farà la Bimba? Si travestirà da Daniela Ferrod per trarre in inganno i caramba che volessero osare portarla in galera? Si darà alla latitanza (ballando La Paranza)? Opterà per il suicidio per overdose di torte fatte in casa? O, ricorrendo alla dignità che in sei anni non ha mai mostrato di possedere, accetterà e pagherà?
E soprattutto: a che livello arriveranno le cronache giornalistiche? Perché un uccellino mi sussurra che, persino dopo l'eventuale condanna e carcerazione, né l'unto Vespa né il paffuto Mentana resisteranno alla vaselinosa tentazione di sprecare "presunta assassina" e "forse" per commentare il tutto anche dopo il punto fermo.
Immagino l'ondata di sollievo (per i colpevolisti) e di scazzus furentissimus per gli innocentisti, devoti a Santa Bimba da Monteacuto e Cogne come io la solo alla memoria di Gandhi e Falcone e Borsellino.
L'immagino e ghigno così come facevo quando la sua faccia piagnucolosa imperversava sui media in Niagara di lacrime e menti tremanti e nasini grifagni colanti.
Mi piacciono queste fiere della vanità omicida.
PS: certo in Cassazione si sentirà la mancanza della simil-Clerici avvocatessa Savio, quella che agitava con vigore priapesco mestoli di rame e calzature valdostane...!

venerdì 16 maggio 2008

Il femminismo, questo sconosciuto, vituperato, conosciuto...

Va di moda parlare malissimo del femminismo. Del vituperio delle genti che ha scardinato la famiglia e rovinato il capino delle donne, strappandogli l'utero e la maternità, allontanandole da pappette e pannolini per spingerle in massa (che a loro piacesse, per dire, allontanarsi dalla nursery e dalla cucina, non è conserato significativo!) verso gli universi del lavoro, della cultura, delle professioni - verso il mondo in toto.

Le veline di oggi e le loro emule, tutte cosce nude, lustrini e spacchetti, lettrici accanite di Moccia e spesso ignare di tutto il resto, grandi consumatrici di filmoni romantici, di filmini cretini, di sms scritti in lingua marziana, sono l'antifemminismo per definizione. Eppure i moralisti (uomini!) accusano proprio il femminismo di averle traviate, convinte a perdere la verginità ed il cervello. Ma io ripeto che codeste fanciulline sovranamente ottuse e soavemente menefreghiste sono la dimostrazione pratica che in Italia il femminismo ha avuto vita breve, troppo breve.

La generazione delle veline e delle cubiste impuberi è la versione discinta e riprogrammata degli angioletti del focolare di qualche decennio fa. Ignoranti ma belline, sempre sorridenti ma mute, d'una furente passività, tutto quel che cercano è un uomo accanto al quale tremare. Ragazze che si sentono incomplete senza un uomo e che tra fellatio e rapporti casuali (spesso non protetti, perché in Italia l'educazione sessuale è una merce rara e nelle scuole non s'insegna forse per motivi moraleggianti) non cercano nemmeno il piacere sessuale - tanto tanto brutto!, ma in fondo comprensibile: gli esseri umani fanno sesso anche perché è piacevole farlo, altrimenti la specie umana si sarebbe estinta da molto tempo - bensì l'amore. Ragazze confuse o ignoranti. O forse solo in malafede. O tutt'e tre le cose.

Non so se le quattordicenni di oggi sappiano che cos'è il femminismo. Certo non è quel che gli permette di spogliare nude ed ancheggiare nelle discoteche per teenager o di spedire in giro video e foto osé.

Non so se sanno - e se al limite gl'importa, ma dovrebbe! - che prima di quella cosa tanto tanto cattiva che è il femminismo, la donna non poteva lavorare se non con l'autorizzazione del marito. Autorizzazione che solo dal 1975 (riforma del diritto di famiglia, un'operazione blasfema per taluni, sacrosanta per tutte le persone civili).
Che, prima della riforma del 1975, la donna era giuridicamente posta sotto la potestà del marito, resa insomma "incapace" anche se maggiorenne.
Che, fino al 1981 (!) quando la Corte Costituzionale lo abolì sacrosantamente, esisteva il delitto d'onore, ovvero la pena di morte legalizzata per la moglie (o madre, o figlia, o sorella) adultera o presunta tale, con tutte le storture e gli abusi che è facile immaginare. Il marito assassino ma per "onore" ovvero per corna se la cavava con una pena minima.
Che, sempre fino al 1981, per esplicita previsione dell'art. 544 codice penale il reato di stupro si estingueva se la donna violentata sposava l'aggressore (e se il disgraziato dichiarava le sue buoni intenzioni matrimoniali "l'ho violentata, sì, ma intendevo poi sposarla" la pena gli veniva abbondantemente ridotta).
Che fino al 1996 (dodici anni fa) lo stupro era reato "contro la morale pubblica e il buon costume" (insomma, una questione di buongusto, di pudore) e non contro la persona.
E' anche di moda vituperare il '68, che avrebbe trasformato l'Italia in una sorta di bordello popolato da assassini senza senso del dovere o della famiglia.
Certo,"prima" del '68 il divorzio non esisteva e la famiglia era unita nella buona e nella cattiva sorte, ma erano anche gli anni in cui il marito disponeva dello ius corrigendi (in soldoni: il diritto di pestare la moglie) e del diritto a esigere il debito coniugale (anche se la moglie non era d'accordo, il che si chiama stupro). E vogliamo parlare del fatto che ad approfittare del divorzio sono stati soprattutto politici ultracattolici come il bel Casini Pierferdinando (che col secondo matrimonio ha regolarizzato la peccaminosa convivenza, tra l'altro produttiva di una bellissima bambina e quindi non certo vissuta in astinenza, con Azzurra Caltagirone)???
Certo, "prima" del '68 era "colpa grave" per la moglie tacere al marito d'aver perso la veriginità con un altro che non fosse lui.
Certo, "prima" del '68 non esisteva il controllo delle nascite, o meglio esisteva nelle forme più bieche e d'ultima soluzione: aborti clandestini e infanticidi.
Certo, "prima" del '68 le donne erano esseri di seconda o terza classe, serve in casa del marito, e la famiglia era cosa del marito, con tanto di diritti proprietari su moglie e figli (compreso quello di spedirli ad placitum in casa di correzione).
Ma questi dettagli non contano, giusto?
Libertà, cultura, anche irriverenza, anche il sacrosanto diritto di gestirsi da sé e di fare le proprie scelte sono appunto cosine di secondo piano, vero?
Se poi a qualcuno farebbe piacere ri-trasformare la famiglia in "cosa di proprietà del marito", la donna in serva ed il suo corpo in fabbrica analfabeta di bambini e robot delle pulizie, processare le vittime di stupro per reato "d'esserci state", magari anche lapidare biblicamente chi "lo fa" prima del matrimonio... lo dica almeno chiaro e forte!
Gentilmente non parli di bene comune e non dica che "il bene delle donne" è fare le serve non pagate. Anche perché a scegliere "cos'è bene e cosa non è bene" per il Secondo Sesso sono quasi sempre gli uomini (non il Primo Sesso, comunque). Insomma, come voler dare ordini in cinese senza mai aver studiato la lingua degli ideogrammi...

C'è mandante e mandante. Oppure non c'è

A proposito di quanto scritto prima.
Per il delitto di Niscemi si sono individuati - oltre ai tre responsabili materiali del fatto, già trasformati in "vittime" di "omicidio d'anima", nuovo genere di reato che ahimé non riesco a trovare sul Codice Penale - innumerevoli "colpevoli morali", altra categoria sconosciuta al diritto penale classico ma popolarissima nei quaotidiani e nelle riviste scandalistiche. Famiglia (talora santa talora da buttar via, oggi immacolata e domani fonte d'ogni nequizia) e scuola, videogiochi ed Internet, videofonini e YouTube. Unico assente il rock cattivo che, anni fa, fu brevemente tacciato d'aver armato le mani di Erika e Omar, prima che si scoprisse che i due ascoltavano i melensissimi LunaPop (i quali tutt'al più son rei di massacrare la musica ma sicuramente non instillano idee perverse in cervelli adolescenti).
Per il delitto di Cogne - che il 21 maggio dovrebbe essere definitivamente concluso con il verdetto della Cassazione - codesta deresponsabilizzazione dell'accusata in favore d'una colpevolizzazione di soggetti più astratti e meno tangibili, non c'è stata. O comunque ha avuto dimensioni assai minori. E' vero che a Cogne il bambino (Samuele Lorenzi, 3 anni, praticamente sconosciuto alle cronache, soppiantato dalla madre che s'è intrufolata, televisivamente parlando, in tutti i teleschermi dello Stivale) l'ha accoppato la madre, figura che in Italia è seconda, per santità, solo al Papa. E' vero che la Franzoni mi pare una donna trasparente, certo non un'intellettuale dalle idee stravaganti e nemmeno dotata d'una personalità particolarmente complessa. E' vero che nei delitti di figlicidio, i possibili "responsabili morali", famiglia e società, vengono lasciati in pace, casomai tirando in ballo quelle dissennate di donne che non figliano come coniglie o che, lasciate sole vanno in depressione. Non dico che se la Franzoni sfonda la testa del figliolo è colpa del marito che l'ha lasciata sola in casa dopo che ha avuto un attacco di panico o della di lei famiglia. E' tutta e soltanto colpa sua, lei l'ha fatto e lei paghi.
Però un conto è la depressione, l'instabilità, la sofferenza, comunque una situazione di disagio misconosciuto o palese che sia, spesso liquidato con "arrangiati" o "sono tutte palle" o "le nostre nonne allevavano 11 figli e non perdevano la testa come te", o magari con sermoncini sul destino biologico di noi donne, destinate a figliare come coniglie... un altro è, scusatemi, la crudeltà gratuita di seviziare una ragazzina e farla fuori.
Nel primo caso c'è un quid che nel secondo manca. Ma soccorre la biologia moralista: una donna che uccide il figlio è una perversa senza redenzione (o, se trattasi della Franzoni, una povera vittima costretta persino a invadere le televisioni per meglio belare in diretta), il peggio del peggio, imperdonabile - e se era depressa, se era sola, cavolacci suoi, s'arrangiasse e sopportasse, è ripudiata dal civile consorzio (siamo in anni in cui è tornato di moda il tota mulier in utero, altrimenti detto: una donna serve solo a fare figli se no è inutile e persino egoista). Un ragazzo che uccide no, non è imperdonabile, è vittima del suo stesso delitto, va recuperato e perdonato, dobbiamo colpevolizzarci noi in vece sua.
Sento che qualcosa non va, ma mi sto sbagliando.

Niscemi ovvero "i veri colpevoli"



E' facile dire – o scrivere – che "la responsabilità penale è personale" quando tale sentenziosa frase fa bella mostra di sé sui codici penali.

Ma quant'è difficile dirlo di fronte al delitto di Niscemi (o a tanti altri del genere).

Quando a uccidere sono tre individui tra i 15 e i 17 anni, si tenta forse per pudore o forse per non-so-cosa di scaricargli dalle spalle parte di quel peso tanto imponente. Insomma, dopo le frasi di rito sulla cattiveria dei giovani, si chiamano in ballo quali responsabili morali d'una presunta culpa in vigilando le più varie istituzioni. Dalla famiglia alla scuola, passando per le comitivole d'amici tutte bollate come "branchi" (così come quindici anni fa un gruppo di attempati bevitori toscani di campagna alias i "compagni di merende" fu scambiato per il Mostro di Firenze: associazione a delinquere di stampo merendaro, insomma) fino alla Playstation (la porta della perversione) ai telefonini (idem) e ovviamente a Internet (immonda ed esecranda fonte d'ogni multimediale nequizia), nessuno si salva dal peso della colpa indiretta o morale o come si vuol chiamarla.

Basta che passi il solito concetto: è colpa delle "istituzioni", della famiglia e della scuola, del sesso precoce e della masturbazione, della “cultura della morte” e del Codice da Vinci, dei manga e delle rock band “cattive” che passata una stagione cadono nel dimenticatoio, dei giornaletti porno e dei giochi con la playstation, di Internet e dei blog, della televisione (cattiva, cattiva maestra, anche se grazie al suo programma "Non è mai troppo tardi" fu maestra per davvero, insegnando a un paio di generazioni di spettatori a leggere e scrivere... ma forse agli audaci prosivendoli non interessa!). E' colpa d'una quantità di soggetti indeterminati e collettivi.
E solo dopo si distribuisce quel che restra della colpa ai tre ragazzi - Alessandro Giuseppe e Domenico o comunque si chiamino - i quali, fregandosene assai di giornaletti e playstation, di miti buoni e cattivi, di "valori" ed "empatia", hanno attirato una coetanea in un campo e l'hanno stuprata a turno prima di strangolarla con un cavo della tv e tentare di da fuoco al cadavere, poi gettato in fondo a un pozzo. L'hanno fatto perché - a quanto pare, aspettiamo gli esiti dell'autopsia - Lorena era incinta di uno di loro (rapporti non si sa quanto consenzienti) e intendeva parlare.
E' colpa persino - si fa intuire con molti giri di parole e "non so se mi spiego" - della vittima stessa, Lorena Cultraro, 14 anni. Dopotutto era una ragazzina graziosa e vivace. Si curava nel vestiario (vanità, peccato mortale) ci teneva a figurare. Così si dice già ora, col corpo che ancora aspetta l'autopsia. Insomma: essendo carina e civettuola come qualsiasi 14enne, "se l'è cercata". Se è uscita con qualcuno o ha dato o accettato appuntamenti, "se l'è cercata". Se era bella "se l'è cercata". Se si è lasciata alle spalle l'infanzia per entrare - per poco ahimé - nello strucciolevole sentiero adolescenziale, "se l'è cercata".
Il politically correct per "era una disgraziata, ben le sta". Certi stereotipi antichissimi non si cancellano a colpi di legge, nemmeno se sacrosanta come quella del 1996 che ha trasformato lo stupro in reato contro la persona (la donna – o anche l’uomo, perché pure i maschi possono subire violenza sessuale) e non più contro un concetto astratto come la morale pubblica e il buon costume.

Lorena aveva 14 anni. Non era una bellezza sfolgorante (anche se già una pluralità di voci tenta di levarsi a descriverla come lolita di paese - senza sapere che la Dolores Haze di Nabokov era tutta un'altra cosa - per preparare attenuanti non solo morali ai suoi assassini), ma aveva un viso gradevole e probabilmente sarebbe potuta diventare una brava persona. Probabilmente e forse sono tutto quello che rimangono di lei, voglio dire. Preferisco non fidarmi degli stucchevolissimi commenti "addolorati" dei vari amici e amiche ai microfoni televisivi: non riesco a non fiutarne l'odore strettamente preconfezionato. Dei morti si parla sempre troppo bene per poterci credere fino in fondo. Dei morti ammazzati si parla con iperboli di bontà prima per poi scivolare, entro poche settimane, nelle paludi del "forse non era tanto a posto" sino all'accusa di essersela tirata addosso "provocando" l'assassino o simili. C'è un po' di Don Abbondio in ognuno di noi, anche se leggermente più maligno del pavido prete manzoniano, il quale dopotutto aspirava solo a viversene in pace - anche perché all'epoca la televisione era di là da venire e così pure le riviste scandalistiche...

Lorena aveva 14 anni e non arriverà mai a compierne 15. Violentata e strangolata. Il corpo bruciato e poi gettato a marcire in un pozzo. Non cedete alla tentazione di definire "bestie" i tre ragazzi che le hanno fatto questo. Gli animali non violentano né uccidono i loro simili. Non cercano di bruciarne i resti. Gli animali non traggono piacere dalle sofferenze altrui, quindi riportate Alessandro Giuseppe e Domenico, A. G. e D. sul piano della natura umana, l’unica a centellinare il dolore dei simili come bevanda rara e squisita, d’accordo?

I tre sapevano che avrebbero ucciso Lorena perché non doveva parlare (la possibile gravidanza, ed i problemi che ne deriverebbero con le fidanzatine dei ragazzi). Lo sapevano. Si sono accordati via sms (anche i sms, secondo gli opinionisti tuttologi sono fonte d’ogni male: nella pressione dei tasti del telefonino si muovono i primi passi verso la perversione) e hanno preparato tutto quanto, giusto per escludere in anticipo che ai ragazzi sia venuto il solito “raptus” omicida oggi di moda quanto mai.
I tre, dicevo, sapevano, quel pomeriggio, che avrebbero ucciso Lorena, ma prima l’hanno violentata. A turno hanno violentato una ragazzina che sapevano di dover uccidere. Lasciamo stare “le colpe degli educatori” che dovrebbero “farsi l’esame di coscienza”. Lasciamo perdere gli psicologismi di bassa qualità scritti col tono moraleggiante di chi ormai veleggia negli empirei della penna e può dunque arringare i miseri mortali. Lasciamo questo da parte e concentriamoci sui fatti: A. G. e D. hanno stuprato a turno Lorena, sapendo che dopo lo stupro c'era anche la morte, nella scaletta del programma.

Se è possibile dividere in sequenze questo scempio, direi che la parte peggiore è proprio questa: tre ragazzi che stuprano una coetanea prima di ammazzarla. Aggiungendo umiliazione a umiliazione, violenza a violenza. Umiliano. Distruggono. Questo è lo stupro, signore e signori: l’umiliazione della vittima, il trasformarla in una “cosa”, in un “oggetto” da usare rapidamente e brutalmente e poi sbattere via come un vecchio straccio. Altro che provocazione sessuale, altro che “l’ha voluto lei”.

A. D. e G. sapevano quel che stavano facendo. L’avevano già pianificato e progettato, altro che raptus. Hanno ucciso e se ne sono tornati tranquilli a casa, così poco stravolti da riuscire a mettere in giro voci varie su una fuga sentimentale della loro vittima con un inesistente quarantenne possessore di una Golf grigia. Un altro pizzico di fango, no? Dipingiamola come una facile. Tanto poi si finirà comunque per pensare questo di lei.
Le hanno dato appuntamento per ucciderla e l’hanno uccisa. Si sono preoccupati di sparire il cadavere. Sono tornati a casa. E hanno mantenuto il controllo della situazione – nessun cedimento né pianto, nessun repentino pentimento – finché martedì sera il corpo di Lorena non è stato trovato nel pozzo, vicino alla masseria dov’era stata invitata a raggiungere i suoi tre assassini.
Cos’è, questo, un raptus di gruppo premeditato? Nuovo genere di infermità mentale transitoria, suppongo. Ma probabilmente qualche perito della difesa sosterrà anche questo e ha pure diritto di dirlo, se gli va, perché la Costituzione il diritto alla difesa lo garantisce a tutti. Altra cosa è insinuare, nel costituzionale diritto alla difesa, anche quello a fare della vittima ciò che si vuole, dipingendola come la “vera colpevole” di tutto, come colei che ha “provocato” gli assassini, minacciando di far sapere in paese che uno di loro l’aveva messa incinta – e poverini loro, avevano le fidanzatine che andavano tenute all’oscuro…

Il resto si vedrà.
Temo che si assisterà all’ennesima fiera dei luoghi comuni. Ancora un po’ di colpa sottratta dalle spalle omicide e caricata su quelle – intangibili ma cattivissime – dei soggetti collettivi e astratti di cui sopra. Ancora un po’ di banalità voyeuristiche: insistenza di telecamere sul luogo del delitto, martellanti interviste a tutti gli abitanti di Niscemi, meglio se giovanissimi. Un po’ di rottura di scatole ai genitori della vittima, magari col consueto tormentone su quando perdoneranno il terzetto assassino o con l’affondo gratuito del “cosa direbbe, signora, agli assassini della sua bambina?”. Magari una zoomata sui genitori di uno dei tre, con commenti triti e ritriti sulla “famiglia normale sprofondata nella disgrazia”.
Trattandosi di minorenni l’ergastolo non è tecnicamente possibile. Non ho voglia di azzardare calcoli su quanti anni potranno dargli. Tutte le pene detentive di questo mondo non riporteranno Lorena in vita. Né, verosimilmente, potranno rieducare granché tre ragazzini capaci di tanto. Forse questo è un cattivo pensiero. Dovrei sperare o auspicare che “capiscano” e “si ravvedano”, ma non sono tanto ingenua da credere alle favole a lieto fine o alla redenzione del cattivo. Tutti gli assassini rei confessi, già al momento in cui – al termine del processo – gli viene concessa l’ultima parola, si dichiarano pentiti, pentisissimi anzi prostrati dal dolore. Lo disse persino Angelo Izzo, salvo poi tornare a uccidere appena ne ebbe di nuovo la possibilità.

Insomma, diamo tempo al tempo, che non è affatto galantuomo. E non cerchiamo di trascinare sul banco degli imputati “famiglia” e “scuola” tanto cattive quando i suoi membri stuprano e strangolano e tanto buone altrimenti. Portiamoci A. G. e D. senza mascherarne le colpe dietro attenuanti di videofonini e fumetti diseducativi. Almeno proviamoci.

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Ieri sera s'è subito messo in pratica il maxiprocesso di decolpevolizzazione di chi ha materialmente stuprato e brutalizzato, strangolato e ucciso, per riversare tutta la colpa e l'infamia sui soliti imputati-feticcio, scuola e famiglia, da processare in contumacia per via televisiva. Ed ecco su Rai 2 la rossocapelluta Maria Rita Parsi (una di quelle che parlano "col cuore", e infatti i risulati si vedono... ma usare la testa no, eh?), che "coccola" i tre assassini definendoli nientemeno che "vittime di omicidio d'anima", vittime non della propria stupidità criminale, ma della società che al loro posto andrebbe processata, della cattiveria diffusa che poverini quei teneri cucciolini ha ammazzato quasi più loro che Lorena, la quale già scivola in secondo e terzo piano. Compatite quei poverini che hanno avuto certo esperiente tanto tanto brutte con immagini sconce e omicidi virtuali! Compatiteli, prendeteli in braccio! Non hanno avuto un adulto di riferimento "prima" - quando hanno stuprato Lorena mettendola incinta - per confidarsi. Ma poi c'è stato lo zio di uno dei tre ad assicurare che, trattandosi di ragazzi, sono in fondo bagatelle, i ragazzini non sanno mai cosa fanno... Insomma, sciocchezzuole.

Un'altra ospite ha fatto il resto, in pratica accusando i cellulari ed Internet d'essere Bibbie del male, forieri di peccato, corruttori di gioventù, regie d'un diabolico copione che trasforma qualsiasi incauto telefonista quindicenne in assassino spietato, lavandogli il cervello e riprogrammandolo come macchina per uccidere. La tecnologia corrompe i bambini. Che cattiva la tecnologia! Che cattivi il computer ed il videofonino, che fanno tanto tanto male a quei cucciolini spaventati che, coi neuroni bruciati dalla crudeltà del cellulare, sono piombati in un coma vigile durante il quale hanno ucciso...! Più di cent'anni fa il cinema appena nato fu già battezzato come potenziale corruttore. E così fu per fumetti e televisione, rock'n'roll (che si disse essere un ballo diabolico, creato per abbassare lo standard morale dei giovani e per ipnotizzarli...) e così via. Tutto quel che finisce in mano ai giovani (anche la vituperata, santa e diabolica Barbie, persino gli stupidissimi Teletubbies che in Polonia sono stati tacciati di propagandare l'omosessualità) li corrompe e li distrugge. Il presupposto è, ovviamente, che i giovani siano, scusate la finezza, teste di cazzo, cretini incapaci di fare alcunché di costruttivo ma dotati d'una favolosa inclinazione alla passività che li porta a trasformarsi in killer efferati nel giro d'un minuto, giusto il tempo di mettersi gli auricolari dell'I-Pod.

Da Lorena, 14 anni, stuprata e uccisa, si è passati - come immaginato - alla più trita banalità:
* sms e videofonini, realtà virtuale (che non c'entra un bel niente, ma fa tanta audience, gettando nel panico madri angosciate che ora vorranndo bruciare The Sims2 e Black and White temendo danni irreparabili ai pubescenti frutti dei loro lombi) sono messaggeri di morte e corruzione, la tecnologia corrompe i giovani;
* la vittima già accostata ad una "poco di buono" gettata nel calderone del sesso (una cosa tanto, tanto brutta se a farla è una donna, tanto tanto bella se a farla è un uomo... il che pone il rapporto eterosessuale in una duplice ambigua luce),e gratuitamente dipinta come una facilona, del resto oggi come ieri se ti violentano è colpa tua;
*le vittime vere sono sempre gli assassini, ai quali occorre dare carezzine ed empatia e pane e zucchero, ché hanno brutalizzato una bambina perché mamma e papà non li hanno amati abbastanza;
*i giovani d'oggi sono tutti cattivi, sono una generazione vuota (lo dissero già per Doretta Graneris e Guido Badini nel 1975, coevi di Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira, quindi nel 1990 per Pietro Maso, poi ancora per Erika e Omar, per il branco di Leno e per l'inqualificabile signorina Knox col molto rispettabile signor Sollecito).

Il delitto è stato scoperto da tre giorni e già gli assassini vanno capiti e coccolati e magari occorre fornirli di "lezioni d'empatia" o di corsi di scrittura creativa (come quelli che l'ex ribelle Lidia Ravera, oggi assestata nell'empireo del "ce l'ho solo io" e ormai illeggibile voleva offrire gratis et amore dei a Erika de Nardo, come lessi dopo aver buttato via soldi buoni per acquistare "Il freddo dentro"....).

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I difensori dei tre indagati hanno spiegato che "l'interrogatorio ha liberato i ragazzi del peso enorme che portavano dentro. Sono molto pentiti, perchè hanno preso consapevolezza del loro gesto".

Circa il pentimento -assicurato in ingente quantità, ché con gli assassini le iperboli si sprecano - ci si chiede se sia compatibile con la domanda fatta da uno dei tre piccini pentiti al gip, al termine dell'interrogatorio. Il ragazzo non ha chiesto se, ora che aveva snocciolato tutto, poteva gentilmente tornarsene a casa.

E sul "prendere consapevolezza" rimango allibita: quei tre stronzetti davvero credevano che stupro e omicidio non fossero gravi reati? Hanno dovuto finire in galera per saperlo? Prima pensavano d'aver fatto una bravata qualsiasi, anzi, che il loro gesto fosse encomiabile? Ma dove vivevano? E soprattutto: dove vivono i loro difensori?